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Notizie dal Comune

RITI POPOLARI DELLA PASQUA
Data pubblicazione : 28-03-2015

 Rito della Pasqua a Filadelfia  Easter's popular rites of Filadelfia  Il percorso del Venerdì Santo sarà illuminato dai ceri. L'Amministrazione invita i cittadini - come da tradizione - a predisporre le luci sul percorso. Sarà presente, per le riprese, la troupe del programma televisivo "La piccola grande Italia".

 Rito della Pasqua a Filadelfia      Easter's popular rites of Filadelfia 


Liberamente tratto dal libro “Ricordi di Calabria” di Rosario Maiolo

IL RITO RELIGIOSO DELLA PASQUA 

 

In tema di riti religiosi sono sempre impressi nella mia mente quelli che si svolgono nella ricorrenza Pasquale i quali avevano inizio, come continua a verificarsi, con le varie processioni accompagnate da canti liturgici, a cui segue la visita ai sepolcri che vengono addobbati con particolare cura nelle varie chiese, specie in quella dedicata alla Madonna del Carmine, il cui grande portone di accesso dall'ampia scalinata in pietra viva, secondo quanto avviene tramandando dagli antichi, restava aperto per tutta la notte, in maniera che i briganti, scendendo dalla montagna e guidati dalla fioca luce delle lampade che illuminavano il sepolcro, oltre che dal plenilunio (come è noto, la Pasqua è una festa mobile e ricade nella prima domenica dopo il primo plenilunio dell'equinozio di primavera) avessero la possibilità di visitare, indisturbati, il sepolcro e chiedere perdono al Cristo dei delitti commessi e di quelli che avrebbero continuato a commettere nel corso della loro vita randagia e avventurosa fino alla cattura o alla fine violenta in qualche scontro a fuoco.

Sempre secondo la tradizione le autorità tutorie e le stesse forze dell'ordine, peraltro assai scarse, venivano opportunamente istruite, come sempre secondo la tradizione pare avvenisse in molte altre città della Calabria, per cui solevano chiudere entrambi gli occhi contando sulla generosità dei briganti, dei quali finivano col diventare i manutengoli.

Purtroppo anche la tradizione mistica cui ho fatto cenno, la quale, come avviene spesso, unisce il sacro al profano, è venuta a finire in quanto, per effetto di una costruzione realizzata dalla Ina Casa è stata completamente ostruita la visuale della montagna ed il panorama meraviglioso che si godeva percorrendo da ovest verso est la strada che congiunge la Chiesa del Carmine alla Circumvallazione IV Novembre; ma gli amministratori del tempo, per farsi perdonare l'oltraggio compiuto hanno dedicato l'arteria a Papa Giovanni.

Ma la funzione più suggestiva e commovente era quella notturna di venerdì santo la quale aveva luogo lungo il corso Severino, oggi ribattezzato Corso Castelmonardo, una larga arteria lunga circa un chilometro che divide il paese quasi a metà; a nord con contrada Zagaria; Zagaria la miegghiu ruga Diventàu la cchiù cattiva (come cantava un ignoto poeta); il Timpone, la Crocella; a sud la contrada S. Francesco, Villa o Carmine, Ricottara. Come mai si può dimenticare il momento spettacolare che presentava il Corso illuminato a giorno da migliaia di lampadine applicate ai balconi di tutti gli edifici che prospettavano su di esso, o da candele, da lumi alimentati con petrolio, da candelabri di bronzo alimentati con olio, prima che fosse installata l'illuminazione elettrica, mentre incedeva a passi lenti la bara con le pareti di vetro, contenente le spoglie del Cristo, seguita dalla statua della Mater Dolorosa in gramaglie, l'una e l'altra portate a spalla da giovani aitanti i quali si alternavano lungo il percorso a causa della non lieve fatica, cui faceva ala una popolazione commossa ed orante accompagnata dalle note della marcia funebre di Chopin intonata dalla banda locale.

Le celebrazioni Pasquali si conchiudevano nella mattinata di domenica con la “cumprunta” come viene definita localmente, mentre altrove, ad esempio a Monteleone (oggi Vibo) dove si svolgeva ugualmente, era denominata “l'affruntata”, come ricorda perfino Nicola Misasi in una cronaca folkloristica apparsa nella “Domenica letteraria” quasi un secolo fa, l'11 maggio 1884.

Ma in che consiste questa “cumprunta” che si celebra ancora? La mattina di Pasqua verso le ore 11, dopo la celebrazione della Messa, ha inizio all'aperto il rito della Resurrezione disponendo che al centro della larga piazza quadrata, la quale si apre su corso principale, avvenga l'incontro del Cristo risorto con la Madre ancora dolente ed in gramaglie la quale è in attesa di conoscere il fausto evento dietro il grandioso palazzo Stillitani (incautamente demolito dal Comune) mentre il figlio risorto, quasi nudo, sostenendo nella mano destra la bandiera e nella sinistra una palma è del pari in attesa dietro il palazzo Serrao del Vescovo. Si inizia così un complicato messaggio che viene affidato a due statue rappresentanti rispettivamente S. Giovanni e la Maddalena, le quali, portate a spalla da giovani robusti si accertano, prima alternativamente e poscia insieme, che il miracolo della Resurrezione sia veramente avvenuto e si affannano a darne il lieto annunzio alla Madre, sempre in gramaglie, la quale incredula si avvia, fra i due messaggeri, per accertarsene mentre a sua volta il Cristo risorto “u Surcitatu” parte per raggiungere la Madre.

Avviene, infine, l'incontro fatidico al centro della grande piazza dove, con un congegno predisposto, vengono fatte cadere le gramaglie della Madonna che appare in tutto il suo splendore, coperta da un manto azzurro e s'inchina riverente dinanzi al Figlio risorto, mentre la banda intona inni di gioia e gli spari di mortaretti annunciano agli assenti che la festa è finita.

In verità non è del tutto finita in quanto comincia quella familiare con un abbondante pranzo che ha inizio con gli antipasti “l'affettato di salcicce, soppressate con uova sode ed olive”; continua con la portata della minestra che, di prammatica, è costituita da tagliatelle all'uovo “i tagghiarini” fatte in casa; prosegue con l'agnello al forno ed i polli e così di seguito, chiudendosi con le ciambelle, i “nacatuli” ed i “tarallucci”.

Ovviamente non mancano le tradizionali “cuzzupe”, una specie di torta, non dolce, preparata con lo stesso impasto di farina “'a curudha” usato per confezionare il pane fresco da consumare in occasione della festività, sul bordo della quale torta, al momento della confezione e prima che sia riposta nel forno, insieme agli altri pezzi, “i panietti”, vengono collocate alcune uova, affondandole per metà nello steso impasto, le quali uova sono aggiunte agli antipasti pasquali.

Chi non ha avuto la possibilità di consumare un uovo cotto al forno, col sistema sopraindicato, non si rende conto come il sapore sia diverso e più delicato di quello delle uova cotte con il sistema abituale e tradizionale.

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